Rosario Spatola (1949)Gioele Antonino Spatola (Campobello di Mazara, 14 agosto 1949 – Barcellona Pozzo di Gotto, 10 agosto 2008) è stato un mafioso e collaboratore di giustizia italiano. Uomo d'onore della famiglia di Campobello di Mazara a partire dal 1972[1] e collaboratore di giustizia dal 19 settembre 1989 al 1997[2] fu uno degli accusatori di Bruno Contrada[2] e Calogero Mannino[3] e in generale uno dei collaboratori di giustizia che più hanno parlato dei rapporti fra Cosa nostra, la politica e la massoneria[2][3] ma diversi altri pentiti, come Giovanni Brusca, dissero di non averlo mai conosciuto[3]. Addirittura, secondo Paolo Borsellino, Spatola non sarebbe mai stato un membro di Cosa nostra[3]. Dopo la punciuta, arrivata fra la fine del 1972[1] e l'inizio del 1973[2], si era dedicato al contrabbando di tabacco e sostanze stupefacenti[1]. Nel settembre 1989, quando non era neanche indagato, telefonò a Paolo Borsellino per chiedere di collaborare con la giustizia, sostenendo di essere in pericolo di vita perché i suoi nemici lo volevano morto[2], ed accusò l'avvocato Antonio Messina di essere il capo della "famiglia" di Campobello di Mazara[1]. Subito dopo accusò i campobellesi Federico e Rosario Caro, iscritti al Grande Oriente d'Italia, di essere suoi referenti nei traffici illeciti[1]. Un pentito controversoIl 5 settembre 1989 Spatola sfuggì a un attentato[1][2] e, sentendosi in pericolo di vita, decise di collaborare con il giudice Paolo Borsellino, venendo messo sotto protezione dall'Alto Commissariato antimafia[2]. Si trattò di uno dei primi "pentiti" in provincia di Trapani: in un primo momento parlò soltanto di traffici di droga[3], ma poi, quando il giudice Borsellino ne mise in dubbio l'attendibilità, iniziò a rendere dichiarazioni al sostituto procuratore di Trapani Francesco Taurisano ed accusò gli onorevoli Calogero Mannino, Giuseppe Reina e Aristide Gunnella, il senatore Pietro Pizzo e l'ex presidente della Regione Siciliana Rino Nicolosi di essere mafiosi[3][4]. Le indagini sui politici vennero tutte archiviate perché non si trovarono riscontri alle accuse di Spatola[5]. Successivamente avrebbe detto che a spingerlo a fornire alla magistratura nuove rivelazioni sui presunti rapporti fra esponenti delle istituzioni e mafiosi era stata la strage di via d'Amelio, che aveva stimolato il suo senso di responsabilità nei confronti di Borsellino[1]. Infatti dopo tale strage, rese dichiarazioni riguardanti i funzionari di polizia Contrada e Ignazio D'Antone[6], accusati di essere mafiosi[7] e massoni[6], e parlò anche degli omicidi di Graziella Campagna[3] e del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto[2]. Nel settembre 1991 fece clamore la sua intervista mandata in onda nel corso della puntata della trasmissione di Rai 3 Samarcanda, condotta da Michele Santoro in contemporanea con il Maurizio Costanzo Show su Canale 5 e dedicata alla memoria di Libero Grassi (che raccolse quella sera quasi dieci milioni di telespettatori): Spatola, ripreso sempre di spalle o in penombra, rilanciava le accuse di collusione con la mafia nei confronti di Calogero Mannino e di altri uomini politici[8][9]. Mannino reagì querelando Spatola per calunnia e per diffamazione Michele Santoro, il giornalista Sandro Ruotolo (che realizzò l'intervista) e il direttore del Tg3 Sandro Curzi[10]. Nel corso del processo, Spatola inviò una lettera con cui ritrattava le accuse a Mannino e lo invitava a ritirare la querela[9]. La sua attendibilità, però, fu messa in dubbio più volte[3]. Calogero Mannino, da lui accusato, fu assolto dall'accusa di mafia[3], mentre diversi collaboratori di giustizia negarono di averlo conosciuto come uomo d'onore[3] e ne smentirono le affermazioni[2]. Nel 1997, dopo alcune interviste non autorizzate[2][3], fu espulso dal programma di protezione dei collaboratori di giustizia[2]. Nel 1998 accusò altri due collaboratori di giustizia, Gaspare Mutolo e Luigi Sparacio, di averlo contattato per concordare alcune dichiarazioni nei confronti di un avvocato messinese al fine di screditarlo[11]. Nel 1999 fu riarrestato e messo ai domiciliari a Barcellona Pozzo di Gotto[2]. La morteSpatola morì il 10 agosto 2008, ma il suo decesso fu rivelato solo quattro anni dopo[2][3]. Quando, l'11 gennaio 2012 fu chiamato a testimoniare al processo sull'omicidio di Mauro Rostagno[2], il pubblico ministero Francesco Del Bene annunciò il decesso dell'ex pentito[2]. La morte non era stata notificata precedentemente per quello che la Procura di Palermo ha definito un "difetto di comunicazione"[3]. Note
Bibliografia
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